Legge di stabilità, o dell’immobilismo produttivo

Pubblicato il 22 ottobre 2013
Condividi

Tasche vuote: cuneo fiscaledi Maurizio Scandurra

 

A un attento esame dei 20 punti cardine della Legge di Stabilità varata dal Governo, balza subito agli occhi un primo, determinante discrimen: non si può pensare di fare economia di ripresa, se al centro di un così grande provvedimento non si rimette al centro l’edilizia (motore mobile e primo di ogni produzione di ricchezza diffusa e percepita per ogni Stato moderno), eccezion fatta per un paio di sovvenzioni importanti ai Trasporti e ai denari necessari per sovvenzionare il sistema di paratie a tutela di Venezia contro l’annoso fenomeno dell’acqua alta. Di edilizia si parla in termini di sgravi fiscali per parte delle opere di ristrutturazioni. Questo non basta. Come non è neanche lontanamente sufficiente l’abbassamento del cuneo fiscale (la somma delle imposte dirette e indirette globali sul costo del lavoro, dalla quale discendono gli importi netti in busta paga ai dipendenti): se si tassa speculativamente il lavoro, non può esserci sviluppo. E un costo del lavoro che supera il 40% abbondantemente non è proprio di un Paese che voglia concretamente ripartire. A chi serve ridurre il cuneo fiscale, lasciando in busta paga ai lavoratori una media di 200-250 euro in più, se poi ci pensano le banche a prenderseli direttamente dal conto corrente, il cui costo nel 2014 aumenterà di circa 350 euro? E non bastano neppure!

Apriamo bene gli occhi, tutti. Il disegno è chiaro: le tassazioni folli, in Italia, servono solo a mantenere in piedi le banche: tutte, sane e in passivo. Tutte! Questo è il dato da considerare, punto e basta. Il Governo Letta continua a pensare di risanare il Paese tirando la coperta di qua o di là, senza rendersi conto che è un problema di quantità di stoffa, qui, più che di posizionamento della coperta a questo o a quell’angolo del letto. A furia di fare il gioco delle tre carte, spostando continuativamente i medesimi budget da un settore all’altro, non ne veniamo mica fuori. Per esempio, in questo testo di legge il valore intrinseco del turismo è praticamente assente. L’Italia potrebbe tranquillamente vivere di esso e del suo indotto. Ma evidentemente ciò non conviene a parte dei poteri forti, occulti e non che, come il cielo, anche se di color peggiore, ci stanno vita natural durante sopra il capo.

Che senso ha, mi domando, aumentare l’Iva (cosa equivalente alla morte dei consumi, già asfitticamente ridotti al lumicino dopo ben 6 anni di crisi battente e possente), e limare di poco il costo del lavoro? Che cos’è? Un contentino per stolti? Si capisce dunque come gli imprenditori, le associazioni di categoria di chi sa fare impresa non siano affatto soddisfatti di un provvedimento che punta più a ridurre il deficit tramite un contenimento forte della spesa pubblica mediante una riorganizzazione interna delle (poche) risorse rimaste, anziché preoccuparsi di trovarle altrove. E quando non ne avremo più, che si fa? Alla luce di ciò non deve stupire affatto se i migliori economisti sono più i privati dei politici, perché mentre questi ultimi perdono tempo in sterili chiacchiere e in decreti in perfetto stile dejà-vu, chi fa azienda deve invece ingegnarsi per continuare a farlo nel migliore dei modi, nel pieno rispetto dei propri interessi, e di quelli di chi lavora per lui.

La grande contraddizione in termini, che da un lato vede un forte pressing fiscale al primo posto in Europa in misura percentuale il quale, seppur ridotto, sempre forte resta, e un costo del lavoro ai massimi livelli, non favoriscono internamente la libera circolazione delle merci, che sono l’espressione tangibile e ultima dell’attuazione di un sano circolo virtuoso economico. A questo, in linea con quanto scritto poco sopra, ci ha pensato VisioTrade Spa, che in Italia fa rima con moderno baratto fra imprese. Se il denaro osta, o ce n’è poco, e questo potrebbe ostare anche di più, meglio cambiare strada. Lasciamolo da parte, eviteremo così di deprezzare i frutti del nostro made in Italy. Di svilirne il valore con promozioni sui punti vendita ai limiti della dignità commerciale. L’Europa, e il nostro Governo, ci stanno insegnando a buttarci via, a rinnegare chi siamo e quanto valiamo. Ma siamo pur sempre un popolo di gente abituata a camminare a testa alta: vale la pena ricordarcelo bene, ora più che mai, dato il momento. Ma non dimentichiamoci nemmeno che “dal produttore al consumatore” resta il solo motto di ogni impresa solida e vincente: il denaro a questo deve servire, a far da tramite, non da arbitro, né tantomeno da giudice. Altrimenti si diventa schiavi delle banche, che del denaro sono Signore.

Se non è più così, guardiamo altrove, ad altri ambiti in cui è ancora possibile fare mercato in un mercato parallelo privato, come quello di VisioTrade Spa, in cui è possibile acquistare ciò che ci occorre pagandolo semplicemente con ciò che si produce.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *